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SEDIMENTI SOTTOCUTANEI ESPOSIZIONE PERSONALE Spazio espositivo sperimentale GARO, Forlimpopoli (FC) 16 – 29 giugno 2012
LA STATUA SI FINISCE CONTINUANDO AD ABBOZZARLA
La scultura: una identificazione ma anche un enigma, una forma che dialoga con l’ambiente ma anche con le persone. Luca Freschi conosce bene il difficile ma affascinante percorso di un’opera plastica. La realizza, si confronta con essa e si riconosce. Che cosa rappresenta la mostra attuale nel tuo percorso artistico? Racconta un anno di lavoro, quello fra il 2010 e il 2011. Un lavoro che si differenzia da quello precedente e, con ogni probabilità, da quello successivo. Ogni opera definisce un momento preciso della vita e ne determina la crescita. Sicuramente queste opere presentano uno sguardo molto più intimo di quello che ha sempre contraddistinto il mio lavoro. Di conseguenza vogliono comunicare un messaggio… Come ho detto è uno sguardo interno, sotterraneo tanto che alcune opere sono eseguite con carta da parati per comunicare la visione di un habitat intimo, familiare. Per questo talora sono esposti non solo i positivi ma anche i negativi che hanno prodotto l’opera, per sancire l’unicità e l’intimità di ciò che si crea e si conserva all’interno dello studio dell’artista. Come si spiega, allora, il titolo ‘Sedimenti sottocutanei'? Io lavoro tramite contatti epidermici attraverso i quali scaturisce l’opera. Il titolo definisce il senso che attribuisco alla pelle; in altre parole significa scavare sotto l’apparenza, dietro l’aspetto estetico. Si tratta di un lavoro figurativo, ma che va al di là della figura stessa. Per questo motivo le mie opere presentano tagli e crepe. Nell’opera i tagli e le crepe acquistano un valore superiore alla figurazione? Certo, sono elementi imprescindibili della mia estetica e del mio raccontarmi, frammentazioni che distruggono le aspettative di uno sguardo unitario. Tagli intesi come possibilità di penetrare dentro l’opera? Addirittura al di là dell’opera e quindi in quei ‘Sedimenti sottocutanei’ di cui si diceva prima. Nulla, perciò, è casuale in questi lavori… Alcuni tagli sono studiatissimi e ricorrenti. Le crepe sono determinate dagli accostamenti dei vari strati di creta che durante l’essiccazione e in seguito al loro naturale ritiro, creano le fenditure. La creta, per sua natura, è dunque destinata a soggiacere a fenditure? Posso cercare di controllarle, ma l’ultima parola spetta alla terra. Che cosa vogliono comunicare le opere: citazioni o vita vissuta? Ogni opera nasce da una storia, da un racconto, da un avvenimento, da un vissuto… Perché, rispetto ad alcuni cicli del tuo precedente percorso, in questi lavori hai limitato l'uso del colore ? L’artista, ad un certo momento della sua ricerca, ritiene più importante togliere, anziché aggiungere elementi o colori. Questo perché cerca di approdare all’essenza del lavoro. Nel mio caso è la terra che parla… Dunque una dichiarazione d’amore alla terra? È come un musicista che, all'interno della sua composizione, lascia spazio alle pause per enfatizzare di più la nota successiva. Nel mio caso ho cercato di “suonare” la nota che mi è più cara: la terra. In queste opere oltre alla parte esteriore si indaga anche negli organi interni del corpo. Uno su tutti: il cuore e, per non smentirmi, i cuori sono realizzati sul calco di un cuore di maiale. Di maiale? Perché questa scelta? Perché gli organi di animali transgenici in particolar modo quelli di suini possono essere impiantati nell’uomo. Ecco perché ne ho scelto uno simile a quello umano. In questo caso, però, a differenza delle altre sculture in cui l’interesse è rivolto all’epidermide, il cuore è colorato! Oltre ad essere smaltato ho cercato di riprodurre tutti i piccoli capillari esteriori che compongono il muscolo, infondendogli, in questo modo, l’aspetto di qualcosa di umido e di vitale. Il cuore è solo simbolo di vita o contiene anche altri significati? Tutti i significati che si possono associare a questo organo, come amore, passione ecc. E non ha anche un carattere sacro? Perché no? Il cuore ha una sacralità che deriva da riferimenti religiosi, i miei cuori potrebbero essere degli ex voto, ma laici. All’interno di ogni opera c’è sempre qualcosa che dialoga coi corpi… Certo. Si spazia dalla carta da parati (=quotidianità dell’habitat), ai chiodi (=simbolo di passione), al favo con le rispettive abitatrici, vespe, api. Altre volte sono oggetti di recupero come una scatola da lustrascarpe o un vecchio cesto portafrutta. Sono tutte memorie che dialogano fra loro e alle quali è stata donata una nuova vita.
Rosanna Ricci
LUCA E UN MALEDETTO EQUILIBRIO
Non ho mai preteso di comprendere il lavoro di un artista nella sua intimità, perché tale deve restare. Di sapere le motivazioni profonde che lo spingono a concentrarsi su una cosa piuttosto che su un’altra me ne infischio. In linea di massima. Spesso dietro alle speculazioni para-filosofiche che un artista avvita al proprio lavoro c’è la mancanza del lavoro stesso, e allora giù con le pippe sul significato, significante, e giù con titoli declamatori, diarroici e pomposi quasi ad empire il vuoto che l’opera riflette. A me basta la sintesi, la ricerca della forma perfetta (e beninteso ognuno ha la sua) è l’unica strada per fendere il sistema nervoso di chi l’arte la guarda, la gode, coloro che in fondo fanno sì che l’arte sia tale. Quando c’è la forma, c’è anche il contenuto. Perché la ricerca dell’equilibrio formale è il frutto di uno dei travagli peggiori d’ogni artista d’ogni tempo. Allora per quale motivo malefico quando Luca (lo chiamo così, è un amico, un collega) mi racconta le motivazioni che lo spingono ad iniziare un’opera non mi irrito, e non gli dico semplicemente – “guarda che non serve che me lo spieghi! Guarda le tue opere: sono follemente belle, sono opere conchiuse, erudite, perfette o quasi. Nulla e poi nulla potrebbe essere modificato, questo dona loro un magnetismo che stordisce, che attrae verso di loro uomini e animali come corpi senza vita, senza più volontà? Cos’altro serve che tu mi dica?” Eppure non gliele dico queste cose che, ovvio non lo offenderebbero di certo, poiché si tratterebbe di un complimento che un artista fa ad un altro artista sì e no 5 volte in una vita. Nulla, mi taccio e lo ascolto. E allora devo sedermi, accendere la mia abat-jour e analizzare con attenzione questo mio “grosso problema”. Devo forse partire da un presupposto innegabile: l’opera di Luca Freschi è estremamente accattivante, seducente, se fossimo privi di cervello e spesso lo siamo, se ragionassimo con gli occhi e null’altro noi andremmo a loro con convinzione, tutti siamo attratti e al contempo respinti dall’analogon, dal nostro “hoffmaniano sosia perturbante”, dall’uomo che non è ma si mostra come tale. La scultura, quella cosiddetta a grandezza naturale o giù di lì, ti si para davanti, poggiante i piedi a terra esattamente come te, e ti fissa, con l’arroganza dei 360° di cui dispone, e l’uomo innegabilmente è portato a girarle attorno, a studiarla, annusarla, forse a cercare una conferma che di uomo non si tratta, in effetti. E di uomo non si tratta, non v’è dubbio, la figura di Luca ha tutte le caratterizzazioni morfologiche dell’uomo ma non prescinde, non può, dalla materia, anzi, la rivendica con forza, la esalta, la tratta come epidermide frollata e la tagliuzza, la scortica dolcemente, la aggredisce, ma mai e poi mai con la rabbia informale del “gesto artistico furente”, comunemente inteso, ma con la gentilezza del chirurgo, di un carnefice galante che sa dove colpire per non procurare dolore. Ecco, forse possiamo usare quella parola da tutti usata e mai a proposito, tranne qua: con Amore. La terra, ecco il medium prediletto da Luca, gli artisti che giocano con la terra non la chiamano mai “creta”, ma terra. Materia antica e nobilissima, morchia marrone-grigia che spesso, è utilizzata più come matrice, come base per poi essere esautorata in nome di sostanze più nobili: lei fa il suo sporco lavoro, poi la si calca, e arriva una colata di bronzo a ricacciarla. E torna al suo stato proletario di massa informe, pronta per essere riutilizzata, e addirittura rampognata se si fosse permessa di asciugarsi anzitempo. Pochissimi nell’arte visiva, se non per le arti applicate usano la terra come medium artistico autonomo, Luca lo fa, con piena consapevolezza del magma con cui si sozza gioiosamente le mani, riabilitando a materia nobile quella che troppo spesso è un mezzo, e non un fine dell’arte. E la esalta proprio nelle sue manchevolezze! È lì che interviene l’artista, potentissimo a piazzare una lente d’ingrandimento sui i limiti di questo medium e a renderli punto di forza, in un’operazione dadaista di “innalzamento”. Spieghiamoci meglio, e cerchiamo di capire, riguardo alla terra, che comunque non è l’unica tecnica che Freschi paciuga, cos’è che in fondo mi fa pensare che lui sia una sorta di “ultimo Poverista” (inteso come Arte Povera), l’unico che fa della Figurazione, con la stessa voluttà concettuale delle installazioni di alcuni esponenti dell’ultimo grande movimento italiano nato fra i capelli canuti di Celant: È facile incappare in tre teste di Luca, bellissime, in terra (cotta), perfettamente inchiodate su altrettanti pannelli che godono della fascinazione vintage della carta da parati (un po’ lacerata). Sono lì, una bellissima scultura a muro si direbbe, e quindi anche più commerciabile. Ma a ben vedere le tre teste, disposte in sequenza sono differenti: la prima è leggibilissima, la seconda meno, la terza è quasi una fonduta di connotati. Il motivo è semplice: quella non è una scultura, è il risultato di una performance, di un happening, azione, intervento insomma, lo si chiami come si vuole, ma le tre teste sono state sottoposte a temporale, ciascuna per un tempo diverso. L’acqua che ricade sulla terra. La natura che si riappropria di se stessa. La pioggia che, incessantemente e inesorabilmente compie il suo processo di erosione, idratazione e perché no, distruzione. È la vita così, no? Si può parlare dunque di “sola scultura”? O tra i riferimenti (magari inconsci) di Luca non si può non inserire un Penone, un Kounellis o chiunque abbia lasciato che l’opera interagisse col mondo che la circonda in modo anche brutale, scoperchiando la campana di vetro che protegge l’oggetto d’arte non si sa bene da cosa o da chi? Ecco, forse ho trovato un approdo: il versante concettuale nell’opera di Luca, e adesso ci faccio anche un titolino: Il versante concettuale nell’opera di Luca Freschi Che cosa intendo quando parlo di Concettuale? Questa parola ha trovato una culla confortevole tra le “parole dell’arte” e sembra non volersi più muovere di lì. Ogni opera d’arte vive di un dualismo inscindibile tra materialità e concettualità, ovvero tra l’aspetto formale e quello mentale. Tutti sappiamo che l’arte intesa come bellezza allo stato puro, da un certo giorno dell’anno di grazia 1912, quando un certo signor Duchamp fece una certa cosa, non esiste più. Il pensiero si è impadronito dell’estetica, a volte il pensiero la sostituisce completamente, succedeva tra gli anni ’60 e ’70, a volte le due cose convivono in modo paritario, sgomitano per una leadership ma non se ne viene a capo. Ecco, sarò all’antica o alla moderna ma io amo le cose così. Di primo acchito l’opera di Luca appare un’opera materiale, di canoviana bellezza, naturalmente un Canova trasportato nel XXI secolo, ma non è così, e non tardiamo a capirlo. Le sculture di Luca non sono mai sculture tout court ma il frutto di un processo creativo, concettuale appunto che parte ancor prima del progetto, dello studio su carta, parte da un pensiero e attraversa tutte le fasi della creazione con la stessa dignità, dedizione (altra parola che andrebbe marchiata nel collo di Freschi a fuoco) e attenzione. E non ci si riferisce alla pur legittima necessità che ha Luca di partire da “un fatto”, per ricevere stimolazioni: un fatto letterario, un personaggio o un oggetto a lui caro appartenente al passato (il poeta Thomas Chatterton o un macilento mobiletto), alla mitologia (il suo meraviglioso Narciso), all’iconografia religiosa ( il San Sebastiano, vera libidine di ogni artista), all’esigenza di raccontare storie, per dirlo con parole sue e prima ancora di Shakespeare, ma al risultato finale. Ovvero, nonostante il corpo sia nel suo lavoro un elemento imprescindibile, l’innesto e la combinazione con altri mondi catapulta l’opera di Freschi nel mondo del concettualismo contemporaneo spinto. Quali mondi Gli altri mondi a cui mi riferivo sono quelli dell’energia elettrica, quando dell’uomo di creta restano solo brandelli e l’opera è data da tante piccole luci disposte a terra, il mondo del lavoro manuale, quello di fatica, quello da cui Luca estrae chiodi lunghi e rugginosi per impalarvi morbidamente un cuore umano laccato a rosso, o un vecchio e logoro secchio da lavapanni che riprende vita con l’inserimento di una testa delicata al suo interno circondata da fiori. Ridare vita, quindi, la parola d’ordine, al mondo della natura, onnipresente in tutto il suo lavoro, quando un favo d’api rinsecchito e relative antiche abitatrici cauterizzate vengono collocati entro una nicchia come la più perfetta delle sculture: quella che non ha avuto bisogno dell’uomo per essere compiuta. Non escluderei che un domani Luca “si auto-elidesse” totalmente dal suo lavoro, lasciando a ciò che già esiste in natura la piena dignità d’opera d’arte, prendendosi soltanto il compito di mostrarlo alla gente, come un ambasciatore. In tutto ciò non notate una particolare levità? Una commozione che, senza possibilità di essere equivocato, raramente si accompagna ad una figura maschile? Ora lo dico, se conoscessi solo il suo lavoro e non la persona sarei molto incerto se attribuire il suo lavoro ad una donna o ad un uomo, la perfetta simmetria che mantiene in precario equilibrio il dramma e la leggerezza in tutte le sue opere non consente un abbassamento di tensione mai. Poi però, mi rendo conto di un’altra caratteristica centrale del suo lavoro che non mi lascia più dubbi nell’attribuzione maschile: la capacità di sdrammatizzare. La capacità di sdrammatizzare Ironia, esiste da sempre e attraversa i secoli e le mode come un virus che talvolta si rivitalizza e distrugge tutto e tutti. È una parola, un concetto che in realtà non riesco a legare in toto al lavoro di Freschi, preferisco appunto parlare di “sdrammatizzazione”, smussamento se vogliamo. Perché raramente vuole denunciare qualcosa con l’arma dello sberleffo, dello sfottò, ma il suo divertissement è più auto-riferito, è più strettamente, indissolubilmente legato al lavoro e all’esigenza di renderlo più personale attraverso delle autentiche sbandate linguistiche votate a creare il cosiddetto corto circuito. E dio sa quanto ci riesca. Ecco perché non parlerei propriamente di ironia ma di sdrammatizzazione. Chiunque di voi, vedendo la mostra, comprenderà immediatamente che in primissima istanza è la forza, l’impatto a catturare la percezione. Qualcuno può parlare perfino di “inquietanti sculture”, ma si tratta di un equivoco. C’è sempre un qualcosa di domestico, di volutamente grossolano e pop, di goffamente familiare a stemperare la tensione innata dei lavori di Luca. Lo si avverte, lo si fiuta lievemente nelle opere esposte, e forse ancora maggiormente in alcuni cicli precedenti del suo percorso. Come un mutandone a pois che ridicolizza (in senso lato) Narciso, elementi fortemente caratterizzati da una fattura industriale, e quindi plasticosi, sgargianti di colore vanno a inficiare la nobiltà della materia “fatta a mano” come frecce fluorescenti nel corpo del santo, o gli straordinari passerotti in terra laccata a colori vivissimi che becchettano le carni terrose di corpi inermi, ma mai sofferenti. Il ciclo dei volatili, dove una pacifica invasione di uccellini si nutre dei severi corpi di Luca, rappresenta forse l’extrema ratio di tutto il suo lavoro: un Maledetto Equilibrio fra dolcezza iconografica e furore realizzativo, fra purezza estetica e simbolismo, fra dramma e connotazioni pop tese a gettare acqua sul fuoco, a mandare a casa la gente tutto sommato tranquilla a guardare la tv, a fare all’amore e alla guerra, a farsi i fatti loro. Perché l’arte è una cosa troppo importante per essere presa sul serio, e Luca lo sa.
Jacopo Flamigni OPERE IN STUDIO Presso lo studio dell’artista, Meldola (FC) 9 – 30 aprile 2011
LE RAGIONI DELLA CRISALIDE
l’uovo e la crisalide condividono un comune destino: rappresentare simbolicamente la rinascita, lo sgusciare fuori di una realtà autentica lungamente maturata nel nascondimento di sé. Il lavoro di Luca Freschi, che dimora presso il linguaggio arcano e pre-umano di entrambi e ne mima l’eleganza metafisica o la scabra segretezza, è tutto intento a sondare non i nuclei dell’essenza celata bensì le superfici della vita, le segnature di pellicole, le tessiture di bozzoli abbandonati. È d’obbligo ipotizzare con Elémire Zolla che le verità segrete restino sempre esposte in evidenza; anche per questo l’istinto di Freschi ne ha fatto un cacciatore di esteriorità, un collezionista di calchi epidermici. E tuttavia superficie è qui l’antitesi di superficialità: l’ultimo involucro dell’uomo, la pelle, ne riassume la sostanza vera, il mistero. La terracotta accoglie la mappa carnale dello spirito, la riporta alla consapevolezza attraverso la fatica dell’artigiano, la isola nell’aura dell’atto poetico, togliendola dalla vorace quotidianità della disattenzione. La pelle come la lettera rubata di Poe è una verità invisibile pur se riposta davanti ai nostri occhi: Luca ne svela il palinsesto, la sinopia originaria. Eppure la ricerca dell’arte non può andare nella stessa direzione dell’indagine scientifica, con le sue pretese di asettica oggettività; la poesia necessita della contaminazione e l’artista deve aggiungere le proprie impronte ai solchi del soggetto, deve far confluire il suo tempo biologico ed emotivo in quello di un’altra vita, facendo della simbiosi di entrambi (aedequatio rei et intellectus) la reale meditazione artistica. Freschi costruisce un percorso di riflessioni sapienziali e letterarie, mitologiche e religiose intorno alla ricerca di un’identità sfuggente. Un cammino che ha il suo sacrario terminale nel Narciso triste, crisalide lacrimosa, adolescente incapace di suicidio, paralizzato dalla coscienza adulta di non potersi afferrare, di non potersi “sapere”. E il sapere è la cifra: se i gusci restano oggetti curiosi e suggestivi solo la loro ragione, il loro logos permette di leggere la forma evocativa come un destino, il caso come fato (cioè tempo raggrumato, doloroso ma divino). In questo senso va la dedica filosofica a Max Stirner de L’Unico, dove l’ego assoluto è un nudo arlecchino che contempla nei frantumi di una matrice, la morte di Dio e di ogni grembo gestante, l’impossibilità di leggere nel velo del guscio il proprio senso, la fuga dalla condizione di marionetta tragica. Altrove sacri cuori mistici dicono se stessi nello sfaldamento della forma, mentre volti seguono il medesimo destino di dissolvimento dei tratti. La pelle (guscio o crisalide) è una scrittura difficile che si espande intorno a un vuoto, a un che d’indicibile e di leggero, come gli uccelli-giocattolo, simboli arcaici dell’anima, che perdurano al di là dell’involucro frantumato, della gabbia infranta, del corpo ferito, della mappa solcata e per questo indicibilmente belli.
Alessandro Giovanardi MATERIA E MEMORIA ESPOSIZIONE
PERSONALE Cortile
dell’Acero Rosso, Forlimpopoli (FC) 19 – 27 giugno 2010 “L’arte
è il fatto più reale, la più austera scuola di vita, e
il vero Giudizio finale.” Marcel Proust La memoria del passato è orizzonte di senso della vita presente, se essa è perduta l’uomo
è orfano del sé. Esistiamo in un tempo fisico, omogeneo e
quantitativo, convenzionalmente scandito in unità e frazioni
matematiche ma viviamo di un tempo sensibile, informe e qualitativo, che
obbedisce alla sola scansione del moto interiore. È questo il tempo
autentico, quello della coscienza e della conoscenza, la cattedrale sommersa
del nostro essere-nel-mondo.
È questo il tempo da ri-cercare e da custodire. Marcel
Proust - che della ricerca del tempo perduto ha
fatto slancio vitale e missione artistica - sosteneva che la vera realtà è solo quella custodita dalla memoria
e che l’essenza pura di essa giace nel suo essere Ritrovata. Il percorso poetico di Luca Freschi sembra obbedire ad
un’analoga “urgenza” morale che lo porta ad essere, prima
che ri-cercatore, un avveduto e previdente custode del presente. Egli non si
limita a scavare nell’edificio del suo passato, piuttosto paralizza il
flusso del tempo: più che un archeologo potrebbe definirsi un moderno
alchimista che perpetua e tramanda la vita contingente e
transitoria catturandone l’epifania momentanea. Plasmare
è per lui immortalare, arrestare un movimento in una colata di gesso -
azione originaria nel processo di lavorazione dell’opera - è
volontà di eternare l’altrimenti effimero, è serrato
dialogo e sfida con l’oblio. Gli elementi ricercatamente fiabeschi ed
ironici rintracciabili nei suoi lavori, quali la policromia delle terracotte, gli smalti dai colori spesso appariscenti, i
tessuti antichi o il riutilizzo di scarti industriali, non sono solo puro
decoro estetico ma impronta e sigillo di una memoria irripetibile
e privata affidata alla materia. Non è un caso che questa sia la terra; sebbene essa sia tra i materiali più
durevoli e tenaci (basti pensare all’ottimo stato di conservazione di
molteplici reperti archeologici), la sua epidermide porosa, penetrabile,
frantumata - peculiarità enfatizzate dagli ulteriori tagli imposti
dall’artista - la sottopone alle naturali alterazioni indotte
dall’esposizione al mondo. Materia antinomica, la terracotta è insieme longeva e
delicata, resistente e sensibile come la vita di cui Freschi denuncia
l’ineluttabile finitudine. Eppure è questa fragilità che
l’artista invita ad accogliere quale senso ultimo dell’esser-ci:
il passato immortalato attraverso la rappresentazione in opera, nuovamente
“gettato nella vita” e dunque nella transitorietà, genera
un continuum temporale dinamico ed aperto. Così l’eterno ritorna
perché esposto nuovamente al finito. Così il tempo è
ritrovato. Geda Jannicelli GRAPHIE “DOPPIO PANICO!” L’arte di
vivere Rivista Trimestrale di Arte e Letteratura Il Vicolo 2010 Luca Freschi “autoritratto” L’arte è indubbiamente un luogo privilegiato
del simbolo. Ma anch’essa è racchiusa nell’immanenza della
transitorietà del tempo, per quanto dilatato possa
essere. Allora cos’è un frammento rispetto al tutto? Cosa può rappresentare nell’inconscio
collettivo dell’uomo? Il frammento è sempre una porzione
“corrotta” di qualcosa che un tempo era integro… La
ricomposizione volutamente sommaria, l’assemblaggio dei diversi
frammenti – in questo caso del proprio volto, rotto e ricomposto - ci
dice di un disagio, forse di una inappartenenza
a questo tempo. Di un fare e disfare, di un perdere
e ritrovare, di un ricucire le ferite. Così le suture si fanno traccia
e ricerca di un altrove “arcano”. Ecco allora che questa ipotiposi di memoria kantiana, ci disvela una cristallizzazione temporanea che
l’artista ha assunto a consolazione del proprio esistere. Marisa Zattini GUARDARE CON LO
SGUARDO DELLA MENTE 51ª
EDIZIONE DEL PREMIO CAMPIGNA Galleria
d’arte contemporanea Vero Stoppini, Santa Sofia (FC) 21 novembre 2009 – 14 febbraio 2010 Luca Freschi (Forlimpopoli, 1982)
lavora sulla discontinuità formale di calchi in terracotta,
riflessioni sulla fragilità umana e sulla leggerezza delle relazioni umane. Per questa mostra nello specifico presenta un
lavoro dal titolo Il ricordo di lei, in
omaggio a una tela dipinta da Moreni nel 1983 dove
protagonista è la sessualità femminile. Afferma
l’artista: “La mente guarda il vissuto, il ricordo: nulla
è più personale ed intimo della modalità di catalogare
mentalmente un’esperienza, un gesto, un luogo,una
persona. L’unicità dello sguardo della mente si accompagna
all’unicità della sua narrazione,della
sua comunicazione, della sua
esplicazione in atto creativo. Come le parole possono assumere
identità diverse a seconda della loro
intonazione e contestualizzazione, così il
gesto generatore di un’opera e l’oggetto rappresentato si
caricano di un diverso significato incline all’ethos della voce
narrante…”. Lo sguardo della mente va al pensiero di qualcosa che
è andato perduto, ad un rapporto superato, e di cui rimane solo il
semplice, forse vuoto (da qui la neutralità cromatica) ed
ossessionante ricordo (ripetuto ad infinitum), e un
“cuore nero atrofizzato dall’incapacità di non sentire
altro che lei”, come ci avverte l’artista. La
frammentarietà fisica e formale, una delle caratteristiche dei lavori
di Freschi, in questo lavoro drammaticamente sottolinea
il distacco, la “rottura”: è solo nel ricordo e dal
ricordo che malinconicamente prende forma “lo sguardo di lei” Claudia Casali Luca Freschi realizza simulacri di corpi, a
partire da calchi di persone care. L’intervento creativo si esplica nel sottoporre il calco frantumato al paziente riassemblaggio dei pezzi, a cui segue l’operazione
di copertura con terracotta; sulla superficie vengono praticati poi dei
“segni”, delle fenditure che si aprono quando la terra si secca,
facendo acquisire una sorta di vita propria a questi oggetti inanimati. Ogni taglio, ogni crepa si trasforma in una cicatrice, che si
collega idealmente alla sfera del travaglio che ogni vissuto inevitabilmente
porta con sé. Su questi corpi il ricordo diviene evidente
attraverso l’applicazione di icone, che
restituiscono l’immagine di uno scrigno contenente i sedimenti della
memoria. Emerge nelle creazioni di Freschi la contrapposizione fra il giocoso
e rassicurante mondo fanciullesco delle bambole e la dimensione inquieta e
sofferta del vivere. Giuseppe Michelacci DISCREPANCIAS EXPOSICION INDIVIDUAL Sala de exposiciones Casino Eldense, Alicante (E) 12 novembre – 6 dicembre2009 La obra de Luca Freschi se
alimenta de la discrepancia, de la diferencia
entre el objeto real y la obra realizada sobre un molde. El trabajo
es entonces una copia de la realidad, reproduciendo la forma del sujeto,
reelaborándola, la deforma através
de las grietas, los cortes, que
transforman la percepción
final. El resultado es una reconstrucción
del sujeto, una visión
artificial. Los individuos de sus moldes son personas que rodean su vida cotidiana. La obra es la imitación de la corteza externa de éstos individuos, reproduciendo sus epidermis. El valor mimético de su obra está marcado por el uso de la tierra cocida, tan parecida a la piel humana. La fragilidad del ser humano se convierte en la fragilidad de
la obra reproducida en arcilla. Las grietas
de los trabajos de Luca aluden a ésta
precariedad : a estabilizar
la vida y el arte
interviene el gesto del artista. La realización
de sus rostros y la unión
de sus partes van unidos a éste
desesperado intento de búsqueda de la firmeza. El recuerdo
del sujeto retratado permite recomponer las partes descompuestas : juntando la corteza de la piel, intentando donar su alma. Su obra no es un espejo fiel de la realidad,
su finalidad no es la perfecta imitación del sujeto. La misma realidad ha sido superada através del recuerdo, en ese irónico intento de modificar su sentido, sirviéndose de las coloraciones pop y simbólicas estilizaciones
que intervienen en su proceso. Todo el trabajo de Luca
se encierra en el intento
de representar el tejido
de su obra más ligero y tolerable en el tejido de la vida misma. * Il lavoro di Luca Freschi si nutre della discrepanza, ovvero dalla differenza tra il soggetto reale
e l’opera che ne è il calco. Il lavoro è dunque una copia
del reale, riprende la morfologia del soggetto, ma la rielabora, la deforma
attraverso le fenditure, i tagli, che ne trasformano la percezione finale. Il
risultato è una ricostruzione del soggetto, dunque un artificio. I soggetti dei calchi sono persone che circondano la vita
quotidiana di Luca Freschi. L’opera è
l’imitazione della scorza esterna di questi individui, ne riproduce
l’epidermide. Il valore mimetico del lavoro è accentuato
dall’uso della terracotta, così simile alla pelle umana. La
fragilità dell’essere umano diventa così la
fragilità dell’opera in argilla. Le crepe sui lavori di Luca
alludono a questa precarietà: a stabilizzare la vita e l’arte
interviene il gesto dell’artista. La ricostruzione dei volti e il riassemblaggio delle parti sono
legati a questo disperato tentativo di ricerca della solidità. Il
ricordo del soggetto ritratto permette di ricostruirne le parti smembrate:
esso incolla la crosta della pelle, donandole l’anima. L’opera
non è un fedele specchio della realtà, il suo
fine non è la perfetta imitazione del soggetto. La
realtà stessa è infatti superata
attraverso il ricordo, ma anche grazie all’operazione ironica, come le
cromie pop e le stilizzazioni simboliche che intervengono nel lavoro,
modificandone il senso. Tutto il lavoro di Luca si racchiude nel tentativo di
rendere il campo dell’opera più leggero e
tollerabile del campo della vita.
Irene
Biolchini OPEN 12 ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DI SCULTURA ED INSTALLAZIONI Isola di San Servolo, Venezia 2 settembre – 4 ottobre 2009 DOLLS Luca Freschi è un costruttore di bambole, di
simulacri femminili a cui manca la parola magica, infilata tra i denti, come
nella tradizione ebraica, per
potersi muovere ed essere comandate, oppure nel caso di Olimpia,
la figlia-automa del professor Spallanzani, nel
racconto di Hoffmann, per far innamorare col solo
battere delle ciglia e l’espressione imperturbabile, sfoggiata ad ogni
discorso. Si potrebbe pensare alla magnifica e conturbante ricostruzione in
stoffa di Alma Mahler,
commissionata da Kokoschka, ad una artigiana di
giocattoli dopo il tradimento e l’abbandono da parte di lei, ma in
realtà le bambole di Luca hanno la modestia e la castità
propria dei manichini metafisici, o delle marionette di legno, con le loro
cuffie pudiche e vagamente nordiche che coprono i capelli e la
rigidità delle membra, nelle articolazioni da burattini. I suoi calchi in terracotta colorata sono cocci di corpi
ricomposti con la pazienza affettuosa delle porcellane spaccate, involucri di
donne a grandezza naturale ma senza il calore e la morbidezza della pelle,
che conservano la posa e il volume di persone amate,
di amici e parenti che si sono lasciati fasciare e bloccare nel gesso, come
fossili di una memoria personale. A volte queste pupe
giganti, come le madonne e le sante degli altari antichi, hanno un
corredo privato, cucito a mano con la cura di una sposa, oppure nel loro
busto nudo e intonacato di bianco come le case mediterranee, ospitano i
disegni aerei e festanti dei bambini, segni che a loro volta riproducono
nella grammatica fantastica degli esordi, l’immagine di una persona, la
visione giocosa, e insieme fondante, dell’altro da sé. * DOLLS Luca Freschi is a maker of dolls, feminine simulacra that seem
to be waiting for the “magical word” to be placed between their
teeth – just like in the Jewish tradition – to start moving and
obeying orders. Or as in the case of His
painted terracotta casts are fragments of bodies recomposed with the affectionate
patience that broken china deserves. They are full size women, cocoons
without the warmth and softness of skin, but they preserve the pose and form
of the beloved ones – friends and relatives who let themselves be wrapped and blocked in plaster like fossils in a
personal memory. Sometimes these giant chrysalises, similar to Madonnas and saints on old altars, have a private dowry
hand-sewn with the care of a bride, and in their naked busts as white as
plastered white Mediterranean houses, they host the joyful and airy drawings
of children, signs which reproduce, in the fantastic grammar of beginnings,
the image of a person, a playful, founding vision of the Other than Self. Sabrina Foschini IMMAGINI PER UN
ARCHIVIO STORICO DELLA PIETA’ MOSTRA D’ARTE CONTEMPORANEA Chiesa di S. Giovanni Battista, Penne (PS) 15 – 22 agosto 2009 “I corpi e i visi delle sculture di Luca Freschi
sono inizialmente calchi strappati al corpo dei suoi amici, ma alla fine del
processo creativo appaiono simili a croste di pane, a zolle di terreno
franato o spaccato dall’arsura. Come salvadanai andati in pezzi e poi
minuziosamente ricomposti si portano addosso i segni
del percorso, le ferite, le suture. Questi salvadanai di memorie e vite hanno
spesso, sulla pelle, delle storie cucite, dei castoni in ceramica smaltata o
sono posizionati su tappetini cuciti a mano, di modo che il fare di Luca
assume un tono anche dolce, gioioso e ironico. Il suo è un sentire
forte, ma anche divertito, sereno, felice come quello di un ragazzo innamorato,
stupito della sua stessa gioia.” Lorenzo Di Lucido ESPOSIZIONE PERSONALE Caffè letterario Assenzio, Rimini 22 maggio – 26 giugno 2009 Se per un occidentale chi solca la terra, con fatica e
meticolosa attenzione, è solo un contadino, per un giapponese si
dovrebbe onestamente parlare di artista. Luca
Freschi, artista,è incantato dai solchi,
quelli dei volti, che racchiudono nel loro microcosmo racconti, poemi,
storie, strati geologici dell’anima, come se fossero una terra in
piccolo, come un’aratura del tempo interiore. Le sue maschere di
terracotta, simili ai calchi furtivi del tragico profumiere di Süskind, si saldano su visi reali, ne assorbono gli umori e i pensieri,
l’identità biologica e intellettuale, ne ripetono uno stadio del
tempo, cristallizzandone l’essenza in un feticcio inquietante. Non si tratta solo di mimare le pieghe di una faccia
aderendovi pedissequamente, ma di pensarle in concetto, evocando, con precise
sovrapposizioni, l’idea del filare e del tessere,
del tagliare e del cucire,la memoria di un ordine, di un destino a cui
s’intreccia la libertà del conoscersi, dell’autocomprendersi. Una consapevolezza del proprio essere e
del proprio fare che resta, preziosa e necessaria,
uno degli ultimi retaggi dell’arte antica in quella contemporanea. A queste crete, ex
voto dell’intimità e dell’amicizia, capitoli di un
romanzo di formazione, si aggiungono altri, più tradizionali
ma non meno fascinosi solchi, quelli delle incisioni, delle aspre
morsure (ferite cauterizzate) sulle matrici, della carta che attende di
ripetere il graffio, di accoglierlo e rivelarlo come novella autobiografica. Alessandro Giovanardi GRAPHIE DELLA MORTE E DELL’ESODO… Rivista Trimestrale di Arte e Letteratura Il Vicolo 2009 FRAMMENTI DI UNA ANTOMIA IMPERFETTA «Nell’uomo
tutto è cammino smarrito»
(Gaston Bachelard) Il frammento è una porzione “corrotta”
di qualcosa che un tempo era integro… L’etimologia della parola
deriva dal latino FRAGMENTUM, dalla stessa radice di frangere, fragile.
Queste di Luca Freschi – giovane talentuoso meldolese – sono testimonianze di
anatomie imperfette, reperti di una archeologia contemporanea che dinamizza la sintesi della “paura”, coagula
l’angoscia di un passato/presente di sofferenza e sincreticamente
proietta l’ansietà per un avvenire ignoto… è
il sogno/ incubo labirintico dell’uomo contemporaneo colto nella
sua dinamica vertigine. Una sensazione morale trasferita in “scultura
sapiente” prova di una “fatalità
dell’immagine” che contraddistingue buona ricerca dell’arte
giovanile di oggi. È una scultura, la sua,
che entra nelle profondità psichiche e antropologiche. Una sorta di
“endosmosi” metaforica ideale di una
memoria “liquida” corrosiva che spacca e ricompone, perché
come afferma Hudson «where is a will, there
is a way» (dove
c’è una volontà, c’e una strada). E poiché «dal gioco non c’è
fuga» come afferma Milan Kundera
in Amori ridicoli, la scultura di Luca Freschi è destinata a
perdurare nel tempo, nella fedeltà di una ricerca che è
passione per l’Arte! di Galatea NUOVE ARGILLE LINGUAGGI DELLA GIOVANE CERAMICA D’ARTE ITALIANA FRAC Baronissi (SA) Fondo
regionale d’arte contemporanea 19 dicembre 2008 – 30 gennaio 2009 DALL’OGGETTO ALLA SCULTURA “Diverso è il lavoro di Luca Freschi il quale si impone in questa categoria per via del
soggetto con cui si è confrontato: anch’esso riparte
dall’oggettistica domestica, ma invece di compiere una trasformazione di
senso mediante giochi linguistici o per via di artifici quali il grottesco e
l’ironia, decide di trasformare l’oggetto-bambola mediante una
completa rimodulazione plastica. Il gioco intellettuale, pur proseguendo
sulla scia della risignificazione del dato
figurativo, porta alle estreme conseguenze le potenzialità mimetiche
della scultura. Muñeca
è realizzata mediante il fedele calco di un’amica
dell’artista, sia nelle dimensioni (l’opera è alta 1,60m circa) che nella realizzazione della figura. Per
comprendere a fondo il lavoro dell’artista è pertanto necessario
pensare, ancora una volta, all’oggetto di partenza: tanto le bambole in
porcellana di un tempo, quanto le bambole seriali prodotte industrialmente
oggi, sono infatti modellate su un ideale canonico
di bellezza. Agli antipodi da questa consuetudine si pone il lavoro di Luca
che, partendo da una persona in carne ed ossa, realizza la sua personale Muñeca, unica nel suo genere. La scultura porta nella sua essenza plastica i
tratti di una persona cara: dal calco iniziale l’artista ricava gli
arti e il volto in terracotta grazie un’operazione tecnica piuttosto
semplice. Una volta che l’artista ha eseguito il calco, lo getta a
terra e le parti riassemblate vengono
foderate in terracotta. A terracotta ancora fresca l’artista esercita
delle fessure sulla materia, quando la materia si
essicca le fessurazioni si allargano, fino a
separarsi. Ad essiccatura terminata l’artista riprende le parti degli
arti e le ricompone (grazie a speciali collanti) secondo il ricordo della
persona ritratta. Il risultato finale è dunque una soluzione di
compromesso tra rappresentazione della realtà (cioè
la fase di riassemblaggio delle parti mediante il
ricordo della persona cara) e la realtà stessa, costituita dal calco.
Il ruolo centrale del ricordo è enfatizzato dalla scelta dei modelli,
da sempre persone amiche dell’artista: sembra di trovarsi agli esordi
del lavoro di Dubuffet,
quando l’artista realizzava maschere grottesche che ritraevano
conoscenti. Come afferma Luca Freschi quando
sostiene “le mie opere sono salvadanai di ricordi” e come si
può facilmente notare nelle “teste” (lavori a cui Luca si
è dedicato nell’ultimo anno, immediatamente precedenti al pezzo
in mostra), la realizzazione dell’opera diviene una ricostruzione affettiva.
In Perrine
il ricordo viene esercitato nella sola ricostruzione
dei tratti del viso, mentre in Doris
le figure abbozzate sulla “cuffia” (realizzate modulando
un’argilla rossa e assemblandola sopra uno strato di argilla bianca)
altro non sono che una rappresentazione dell’animo del soggetto, una
sua attitudine peculiare. È come se, rinunciando completamente alla
cromia (i lavori sono infatti privi di qualsiasi
colorazione) si arrivasse ad una quintessenza della persona, restituita
dall’ immagine collocata, in maniera altamente allusiva, sulla calotta
cranica del soggetto. Se nelle “teste” e in Muñeca
l’adozione dell’argilla come unico elemento materico
e cromatico della scultura, risulta fondamentale per la potenza plastica
della resa finale, ruolo paritetico viene svolto dai
tessuti impiegati dall’artista. In totale assenza dei pigmenti, sono i
tessuti ad esercitare un contrappunto cromatico alla terracotta. In Perrine, ad esempio, la scultura è collocata su un
potente sfondo rosso che non è però dipinto poiché la
tela è stata foderata con uno zerbino vermiglio. In Muñeca,
che altro non è che la naturale evoluzione tridimensionale del ciclo
delle teste, gli arti assumono una loro capacità cromatica (che sembra
rimandare a pelle abbronzata al sole) grazie al contrasto con il grembiule
azzurro. Il carattere affettivo che guida il lavoro
di Luca Freschi è infine sottolineato, nell’opera Muñeca,
dalla collaborazione con l’artista Monia
Strada, amica dell’artista, che ha
realizzato l’abito appositamente per la scultura. L’abito
della bambola di Luca Freschi è infatti,
ancora una volta, una rimodulazione del ricordo: da una camicia da notte
della nonna dell’artista, mediante l’aggiunta di pizzi
meticolosamente scelti, si è giunti all’abito finale. A completare
la verosimiglianza dell’insieme si notino le suole consumate delle
ballerine poste ai piedi della bambola. Quest’ultimo
aspetto, voluto dall’artista (che ha personalmente “limato”
la suola delle scarpe) non si limita ad avere una finalità estetica,
ma rimanda alla più profonda poetica
dell’artista. Se dal calco iniziale (frantumato a terra e poi
ricomposto) si arriva all’opera mediante una rielaborazione artistica,
compiendo un lento percorso di ricostruzione dove l’opera acquista una
vita autonoma rispetto al modello iniziale, allora la suola consumata
testimonia questa vita: la strada immaginaria calpestata dall’opera
altro non è che il percorso dal calco, dalla casualità della
rottura alla ricostruzione, all’autonomia dell’opera.” Irene Biolchini SULLA SOGLIA ESPOSIZIONE PERSONALE Circolo Culturale Corte Manlio Cormano(MI) 19 gennaio – 09 febbraio 2008 SULLA SOGLIA…appena dentro e non ancora fuori. Il limitare di chi, ancora giovane, ha davanti a sé un
inesplorato da scoprire, toccare, guardare, ascoltare. Luca Freschi
raccoglie frammenti di vita. Ricordi che la memoria non ha cancellato e che
il tempo renderà diversi. Volti di giovani donne e
uomini che accompagnano momenti di condivisione. Produzione a tre
dimensioni. I livelli si sovrappongono attraverso il gesto artistico: il
corpo vivo si tramuta in una maschera di gesso a fare da calco, modello
solido, indelebile, statico. La terracotta riporta alla vita, i tagli e le
spaccature segnalano la presenza della fattura artistica, della mano dell’autore
che imprime la propria volontà e la propria
emergenza di incidere sull’oggetto morto per donargli l’aura
magica dell’esser-ci. Sulla soglia…gli occhi ancora chiusi. La bocca appena aperta, di chi sta aspettando il momento giusto
per risvegliarsi. Un risveglio piacevole, inserito tra le trame e gli
orditi della vita, adagiato, candido, su vivaci sfondi ricavati da curiosi
tappetini dai filati coloratissimi che offrono un caldo benvenuto a chi li
sta aspettando. Graziana Pagano INGRESSO IN SOCIETA’ ESPOSIZIONE PERSONALE Chiesina dell’ex Ospedale, Meldola
(FC) 24 agosto – 09 settembre 2007 UN INGRESSO IN SOCIETA’ PER LUCA FRESCHI Un bimbo urlante identifica il titolo ironico scelto dal
giovanissimo Luca Freschi per presentare questa significativa
esposizione personale di Meldola. Ingresso in
società vuole, infatti, essere il luogo di riflessione sul
cammino, per lo più accademico, finora svolto, il passaggio da un
percorso dedicato alla pittura e poi destinato alla scultura. Afferma con
voce l'esistenza del proprio esserci, in questo mondo dell'arte sempre
più caratterizzato dal frastuono e dall'imprevedibile. Il percorso di
Freschi è coerente al rispetto dell'analisi della figura, indagata in
pittura e recentemente in scultura, una passione nuova, vera, nata
dall'incontro con una nuova cultura, quella ispanica,
di recente esperienza. Il colore e il calore della Spagna emergono nelle sue
scelte: dalla materia, una serie di terre diverse per cromia e
duttilità, al supporto, piccoli coloratissimi tappetini lavorati a
mano come texture di sfondo. Protagonisti
dei calchi sono persone reali, che hanno accompagnato Freschi nel suo
percorso artistico. Volti e busti sono casualmente e volutamente frammentati,
il calore della terra traccia segni inaspettati che trasformano quelli che
sono elementi della sua quotidianità, parte del suo
vivere, in nuovi ritratti, nuove personalità. Alla casualità
della frammentazione si aggiunge anche l'intervento naif,
di tratti che richiamano ricordi, momenti, passaggi. Il gesto che è
elementare ed essenziale, è in contrasto con la severità e la
materia del calco, narra delle figure rappresentate, del loro passaggio, del
loro vissuto, ma anche di forme e di segni che appartengono alla
banalità del nostro esistere, sempre con sottile ironia, mai
irriverente. Accanto alle sculture vi sono poi incisioni e disegni, il cui
soggetto è sempre la figura umana, graffiata e tormentata nei suoi
segni, punto di riflessione e di partenza per l'elaborazione delle sue tante
sculture. Le premesse ci sono tutte, per un buon cammino. Non ci
resta che augurare a questo giovane di continuare con serietà e
umiltà il proprio studio, e che questo Ingresso in società
sia punto di partenza di un grande urlo. Claudia Casali |