GUARDARE CON LO SGUARDO DELLA MENTE
51ª EDIZIONE DEL PREMIO CAMPIGNA
Galleria d’arte contemporanea Vero Stoppini, Santa Sofia (FC)
21 novembre 2009 – 14 febbraio 2010

Tutto è possibile, l’impossibile è andato a farsi un bagno altrove aspettando la verifica scientifica
Mattia Moreni

Luca Freschi (Forlimpopoli, 1982) lavora sulla discontinuità formale di calchi in terracotta, riflessioni sulla fragilità umana e sulla leggerezza delle relazioni umane. Per questa mostra nello specifico presenta un lavoro dal titolo Il ricordo di lei, in omaggio a una tela dipinta da Moreni nel 1983 dove protagonista è la sessualità femminile. Afferma l’artista: “La mente guarda il vissuto, il ricordo: nulla è più personale ed intimo della modalità di catalogare mentalmente un’esperienza, un gesto, un luogo,una persona. L’unicità dello sguardo della mente si accompagna all’unicità della sua narrazione,della sua  comunicazione, della sua esplicazione in atto creativo. Come le parole possono assumere identità diverse a seconda della loro intonazione e contestualizzazione, così il gesto generatore di un’opera e l’oggetto rappresentato si caricano di un diverso significato incline all’ethos della voce narrante…”. Lo sguardo della mente va al pensiero di qualcosa che è andato perduto, ad un rapporto superato, e di cui rimane solo il semplice, forse vuoto (da qui la neutralità cromatica) ed ossessionante ricordo (ripetuto ad infinitum), e un “cuore nero atrofizzato dall’incapacità di non sentire altro che lei”, come ci avverte l’artista. La frammentarietà fisica e formale, una delle caratteristiche dei lavori di Freschi, in questo lavoro drammaticamente sottolinea il distacco, la “rottura”: è solo nel ricordo e dal ricordo che malinconicamente prende forma “lo sguardo di lei”

Claudia Casali


Luca Freschi realizza simulacri di corpi, a partire da calchi di persone care. L’intervento creativo si esplica nel sottoporre il calco frantumato al paziente riassemblaggio dei pezzi, a cui segue l’operazione di copertura con terracotta; sulla superficie vengono praticati poi dei “segni”, delle fenditure che si aprono quando la terra si secca, facendo acquisire una sorta di vita propria a questi oggetti inanimati. Ogni taglio, ogni crepa si trasforma in una cicatrice, che si collega idealmente alla sfera del travaglio che ogni vissuto inevitabilmente porta con sé. Su questi corpi il ricordo diviene evidente attraverso l’applicazione di icone, che restituiscono l’immagine di uno scrigno contenente i sedimenti della memoria. Emerge nelle creazioni di Freschi la contrapposizione fra il giocoso e rassicurante mondo fanciullesco delle bambole e la dimensione inquieta e sofferta del vivere.

Giuseppe Michelacci
 
 
 

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