TEMPO SCADUTO

Quando guardo certe opere di Luca Freschi mi coglie un senso di lieve inadeguatezza, una colpa impalpabile, la sensazione di essere arrivato tardi. Prima del mio sguardo c’era la vita, nella sua pienezza e umida fluidità; ora solo la rigida secchezza del ricordo, il tempo che ha fatto il suo lavoro di eternizzazione del volto e del corpo. E’ appunto”terrra cotta”, già cucinata dal calore della vita, passata.
Sono opere nostalgiche perché rimandano ad un altrove e ad un altrimenti; fanno sospirare lasciando però il fiato sospeso, aggrappato ad uno sguardo che si insinua nelle crepe dei corpi, alla ricerca di una traccia di un mondo perduto, un mondo prima della fine dei mondi.
E questo è il dramma che serpeggia fra le teste cadute e i corpi immobili; la perdita di un mondo che scorre nel tempo e la consegna ad una sorta di eternizzazione decaduta. Un dramma che scaturisce anche dalla tensione narrativa di queste opere: cuori, teste, corpi incarnate in una materia irrigidita. E’ una tensione che lacera quel filo sottile che unisce il corpo all’anima, la vita alla parola, l’essere alla sua rappresentazione simbolica.
Sembra proprio un’inversione di quella antica tendenza “religiosa” che l’arte ha avuto nei suoi esordi: tentativo di sfuggire alla fatica del vivere attraverso la costruzione di un mondo leggero e sempre trasformabile. L’arte è anticamente stata, in questo senso, l’apice di una fuga dall’impura dimensione dell’essere materiale, luogo di composizione conflittuale degli opposti esistenziali, area di coesistenza di relazioni logicamente impossibili; spazio di assoluta libertà e di emancipazione, appunto, dalle leggi materiali.

Qui invece assistiamo ad una “laicizzazione” dell’opera, una forte sottolineatura degli aspetti materiali a dispetto di quelli più alti e rappresentazionali, inducendo quasi una lettura delle opere che si accosta all’Arte Povera. Ma qui sta, al tempo stesso, il capovolgimento di prospettiva: la materia è investita di forte carica simbolica, fino a diradarne la portata gravitazionale, per riportare a galla la spinta di idealizzazione quasi canoviana. Ecco il paradiso perduto a cui accennavo prima: la fine del mondo e l’inizio della non-storia; la fine del tempo in una sorta di neo-classicismo da day after.
Ma queste sono solo opere d’arte; dunque anche il massimo del dramma tende a risolversi in una sottile ma buffa commedia. Per quanto radicale sia la capacità umana di pensare il nulla e la tragedia, più forte rimane la permanenza della vita, che risorge ad ogni ciclo di caduta e distruzione. Alla fine di tutto riappaiono pur sempre gli uccelli che riescono a nutrirsi della sciocchezza umana, ne fanno addirittura oggetto di tenero scherno nella loro predica e annunciano la supremazia della natura su ogni altra pretesa di costruzione fuori da essa.

Così il dramma si scioglie e ci accorgiamo che era solo un sogno, un sogno forse narcisistico e aristocraticamente intelligente, ma pur sempre un sogno; è la pretesa umana di anteporre la cultura alla natura, senza accorgersi che questa ambizione è la stessa che coltiva il figlio quando, nel suo gioco di pistole e di eroi, uccide il padre e poi lo risorge, in una inesausta ripetizione di drammi assolutamente poco drammatici.
Possiamo dire perciò che queste opere di Luca Freschi vanno al fondo, trovano, alla fine, l’essenziale, anche scarnificato, della commedia umana. Lo stesso titolo della raccolta, Semplificare e Disobbedire, che trae ispirazione dal pensiero filosofico naturalistico di Henry David Thoreau, mostra il suo duplice richiamo al paradosso umano che lotta costantemente contro il fondamento naturale: la ricerca dell’essenza va di pari passo con la pratica della semplicità, e questo è l’essere naturale; al tempo stesso però c’è un appello alla disobbedienza, perché solo così noi possiamo aspirare ad una evoluzione creativa.Paradosso eterno della trasformazione umana, che diventa struttura di risonanza tra l’identità del volto che si specchia in se stesso e l’inquietante propria irriconoscibilità: un Narciso instabile che Luca Freschi coglie puntualmente nella sua opera. Ricorda vagamente Stalker, il film di Tarkovskij: c’è una Zona, luogo in cui si cela appunto una “Stanza dei desideri”, dove chi vi si reca vede realizzarsi le proprie aspirazioni. Alla Zona ci si deve però avvicinare con estrema circospezione, come indica l’etimo stesso degli Stalker, il cui nome deriva dall’inglese to stalk, “avvicinarsi con cautela, perchè lì ogni cosa perde il proprio valore e il rischio è la morte, e solo poche persone riescono a entrare. Lì si possono contattare i desideri più intimi e segreti, a patto che ci si avvicini con cautela e accompagnati da una guida esperta.

E così la Zona diventa metafora della nullificazione e al tempo stesso l’unico luogo dove ci si può riconnettere con il proprio desiderio ed il terribile pericolo ad essa connesso è inscritto nella semplice sacralità della vita. “Mi hanno sovente domandato che cos’è la Zona - dice Tarkovskij - che cosa simboleggia, ed hanno avanzato le interpretazioni più impensabili. Io cado in uno stato di rabbia e di disperazione quando sento domande del genere. La Zona come ogni altra cosa nei miei film, non simboleggia nulla: la Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, della sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero.”
Maurizio Stupiggia

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TIME IS UP

When I look at some of Luca Freschi’s works I am seized, somehow, by a sort of unsuitableness, an intangible guilt, I feel as if I have simply arrived too late. Before I laid my eyes there was life, full and intense as it went by, now, only the stiff dryness of memory, of time that has fulfilled its job of delivering faces and bodies to history. It is indeed “terra-cotta”, already baked by the heat of life, a past life. They are works full of nostalgia because they refer to another place and another time; they make you sigh with bated breath clung to a gaze weaving into the bodies crevices looking for the remains of a lost world, a world before the end of worlds.

This is in fact the drama that lives among the fallen heads and the fixed bodies, the loss of a world that flows into time and delivers it to a sort of fallen eternalization. A drama that comes out of the narrative tension that these works owe: hearts, heads, bodies incarnated in stiffened matters. It is a tension that breaks that fine thread linking the body to the soul, life to words, the being to its symbolic representation.
It seems exactly an inversion of that ancient “religious” tendency that art had at its beginning, that is the attempt to escape the hardship of living by creating a light and changeable world. What I mean is that art has represented, in ancient times, the peak of a break from the impure dimension of the material being, a place for the conflicting composition of the existential opposites, an area where logically impossible relations could coexist, a space of absolute freedom and liberation from exactly all material laws.

Here instead we witness a process of “secularization” of the work of art, a strong marking of the material aspects in spite of the higher and more representative ones, leading the viewer to a reading closer to that of Arte Povera. But here we see, at the same time, a revolution of the perspective: the matter is charged with a strong symbolic tension that clears its gravitational range to bring to surface its almost Canovian idealization impulse. Here is the lost paradise I have mentioned earlier: the end of the world and the beginning of the non-history; the end of time in a sort of a day after neo-classicism. But then, after all, these are just works of art and therefore even drama at its peak tends to settle itself into a fine but nonetheless funny comedy. As radical as the human skill can be in thinking of nothingness and tragedy, stronger still is the continuity of life that raises again after every cycle of collapse and destruction. At the very end birds still appear in the sky and not only they feed on men’s foolishness, but they tenderly tease them in their lectures and disclose nature supremacy over any other claim of construction outside itself.

And thus drama slowly vanishes and we realize that it was nothing but a dream, maybe a narcissistic and nobly intelligent one, but nonetheless just a dream; it is the human pretension to favor culture over nature, without realizing that such an ambition is the same one owned by the son, who in his game with guns and heroes, kills his own father and then resuscitates him in an endless repetition of dramas absolutely very little dramatic.
We can therefore state that these works by Luca Freschi go to the bottom of things, they find, in the end, the essential, even though stripped to the bones, of the human comedy. Even the title of this series, Simplify and Disobey, inspired by the naturalist philosophical idea of Henry David Thoreau, shows its double reference to the human paradox that constantly fights against the natural foundation: looking for essence goes hand in hand with practicing simplicity, this is the natural being but at the same time there is still a call to disobey, because only by doing so we can aim for a creative growth. It is the eternal paradox of human transformation that becomes a device of resonance between the identity of a face that mirrors in itself and its own disquieting inability to recognize itself: an unstable Narcissus that Luca Freschi is able to catch with no delay in his work. It vaguely reminds us of Stalker, a film by Tarkovskij: there is a “Zone”, a place where you can find a “Wish Room” and, whoever goes there can see its dreams come true. But you must be extremely careful in approaching the “Zone” as indicated by the Stalker etymon itself, whose name comes from the English verb to stalk, that is to approach someone or something with caution, because there everything loses its own value and the risk is death and thus only very few people are able to enter. And there you can get in touch with your most intimate and secret desires as long as you get near with extreme caution and taken there by someone who knows it.

And thus the Zone becomes the metaphor of nullification and, at the same time, the only place where you can reconnect with your own desires and the terrible danger it contains is written in the simple sacred nature of life. “I have often been asked what the Zone is –Tarkovskij said – what it stands for, and they have come forth with the most absurd interpretations. I get angry and desperate when hearing such questions. The Zone, like any other thing in my movies, symbolizes nothing: the Zone is the Zone, the Zone is life and by going through it men either break down or endure. If men endure it will only depend on their sense of dignity, on their skill to tell the fundamental from the transient.”

Maurizio Stupiggia


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